Emanuel Monacelli, nato a Tradate il 21-07-86 ha da poco iniziato la sua carriera di scrittore con l’uscita, prevista per la metà di ottobre, del primo capitolo della trilogia Ur’s Revenge, un romanzo nel cui interno sono racchiusi diversi generi come horror, thriller e azione. Al momento sta lavorando sulla sceneggiatura dello stesso per la creazione della pellicola cinematografica, dopo essere stato contattato da un regista e ad un nuovo romanzo ambientato durante il genocidio del Rwanda, nel 1994. Un romanzo profondo e che vuole puntare al cuore della gente, per non dimenticare e capire cosa stupidamente siamo in grado di fare, il tutto condito da una buona dose di azione e avventura di pura fantasia.
Per quanto riguarda il racconto Una rondine chiamata amore, con cui ha partecipato al Premio Chiara, ammette di aver elaborato tale storia per sfida con se stesso. Voleva capire se effettivamente il suo modo di scrivere e ciò che scrive sia piacevole e interessante. Emanuele ha sempre trovato nella scrittura un mondo nel quale nascondersi e vivere, creando storie, personaggi e situazioni tali da emozionarlo e allo stesso tempo isolarsi dai comuni problemi della vita. In seguito, ha deciso di condividere la sua fantasia con le altre persone, provando a raggiungere un grado di notorietà abbastanza elevato, per permettere a chiunque di avvicinarsi al mondo della lettura, sia per puro divertimento, sia per creare riflessioni con i suoi scritti.
Emanuele è introverso, timido, non ama parlare di sé e fatica a relazionarsi con gli altri, seppur sia gentile, premuroso e sensibile ai problemi altrui.
Non è mai stato uno studente modello ma con tutta probabilità è riuscito a trovare la strada della sua vita. Ora, bisogna soltanto vedere se le persone glielo permetteranno, leggendo ciò che ha da dire e trasmettere.
Questo è Emanuele… una persona con sogni e desideri. Uguale a tanti, diverso da tanti. Molto realistico, con i piedi per terra ma con una marcia in più… la passione per ciò che fa
Il racconto
UNA RONDINE CHIAMATA AMORE
A nove anni, Tom sapeva già cosa voleva fare nella sua vita… essere come gli uccelli, liberi e spensierati, andare lontano e vedere con i suoi occhi il mondo.
Viveva in una casa di campagna, dove per lui c’era sempre il sole, anche nei giorni di pioggia.
Amava la vita, e correre in quei campi verdi e interminabili, accarezzato dolcemente dal vento, lo rendevano il bambino più felice del mondo.
Accanto alla sua casa, ce n’era una più piccola, tutta in legno e lì abitava Maggie, una bambina di undici anni dai capelli biondi e con gli occhi che ricordavano tanto il colore dell’acqua di mare.
Passavano interi giorni a giocare e altrettanti a scoprire le meraviglie che li circondavano.
Erano uniti e facevano sempre tutto insieme. Esattamente come in quei giorni in cui il cielo urlava e si illuminava.
Nonostante i suoi genitori gli avessero proibito di vedere la sua amica dopo le nove di sera, Tom usciva di nascosto dalla sua camera attraverso la finestra e correva per il viale decorato da splendidi alberi da frutto e raggiungeva la sua amica del cuore.
Entrava in camera sua di nascosto, mentre lei lo aspettava impaziente… sapeva sempre che lui sarebbe arrivato da lei.
-Sono qui, Maggie, non aver paura. Ti proteggo io- e si infilava sotto le sue coperte. E fino a che lei non si addormentava, lui rimaneva sveglio, cantandole sotto voce una dolce canzone.
Poi, anche lui poteva dormire.
Nel luogo in cui abitavano, non c’erano altre case e il centro della città era lontano parecchi chilometri ma le due famiglie, si aiutavano reciprocamente per ogni cosa. E una volta a settimana, a turno, scendevano in paese a comprare le provviste, sul carro trainato da due bianchi cavalli dalla criniera dorata.
Maggie e Tom, andavano sempre in paese assieme ai genitori dell’uno o dell’altra, e ogni volta, si fermavano davanti alla bottega delle caramelle.
Tom investiva la moneta della sua paghetta per comprare quelle morbide e tutte zuccherate e quando usciva, la metà era sempre per Maggie.
Quando tornavano a casa, si nascondevano dietro il grande pino e mangiavano dolciumi fino a che ad entrambi non veniva la nausea.
Un giorno, seduti sulla panchina del portico di casa di Tom, Maggie si rivolse a lui in un modo del tutto nuovo, un modo che lui non aveva mai visto. Un modo adulto e maturo.
-Tom, tu mi vuoi bene?- chiese lei.
Il bambino cessò di mangiare una mela e la guardò negli occhi.
-Certo che ti voglio bene. Perché?-.
Una lacrima scese sulla guancia di Maggie.
-Io devo fare un viaggio, Tom. Un viaggio molto lungo-.
Tom non capì e una smorfia apparve sul suo viso.
-Posso venire anche io?-.
La bambina abbassò lo sguardo.
-E’ un viaggio che devo fare da sola. Me lo ha detto mamma e papà ieri sera, dopo che il signor Giulius è venuto a trovarli-.
-E allora… quando tornerai?-.
Maggie scrollò la testa.
-Non lo so, ma se tu mi penserai tutti i giorni, sarà come se io fossi qui. Non credi?-.
A quelle parole, Tom si rallegrò e diede un morso alla mela, poi annuì.
-Lo farò senz’altro- poi buttò il torsolo nel prato di fronte e l’afferrò per il braccio.
-Vieni, voglio farti vedere una cosa-.
Presero le biciclette e andarono verso il punto più estremo della vallata.
Da quel punto, la vista era magnifica. Una grande depressione nel terreno creava una gola profonda e sotto di questa, scorreva un piccolo fiume ma non si vedeva da dove iniziava, ne dove finiva.
-E’ bellissimo- disse Maggie.
-Li vedi?- chiese Tom puntando il dito al cielo, annuendo alle rondini che volteggiavano elegantemente nell’aria.
-Io da grande, voglio essere come loro. Vuoi essere anche tu come loro? Saremo sempre vicini, proprio come loro e andremo ovunque, proprio come loro-.
Maggie lo guardò, poi tornò ad osservare il cielo azzurro, mentre una piacevole brezza faceva muovere i loro capelli.
-Si, lo voglio-.
Si guardarono e Tom le diede un caloroso bacio sulla guancia.
-Guarda che me l’hai promesso-.
Ripresero le loro biciclette e tornarono a casa.
Passarono giorni, settimane, mesi fino a che durante una notte di temporale, Tom corse in camera di Maggie e come al solito si infilò sotto le coperte, al suo fianco. Ma prima di dormire, le fece una domanda.
-Quando partirai per il tuo lungo viaggio?-.
Maggie non gli rispose. Si limitò a guardarlo nella pochissima luce della stanza, proveniente dall’esterno, quindi gli accarezzò il viso.
-Ti voglio bene Tom. Ricordatelo sempre. Ora dormiamo…-.
Tom sorrise, poi annuì, quindi si appoggiò a lei e chiuse gli occhi.
L’indomani mattina, Tom non ebbe nemmeno il tempo di svegliare la sua amica perché era tardi e doveva tornare velocemente a casa, prima che i suoi genitori si svegliassero.
Fortunatamente ci riuscì e cinque minuti dopo che era rientrato in camera sua, la mamma bussò alla porta, entrò e gli disse di scendere a fare colazione. E come tutte le mattine, mangiò in fretta e furia, per poi andare a giocare con Maggie.
Quando però uscì di casa, vide un piccolo gruppetto di persone davanti alla casa della sua amica, compreso il signor Giulius, che teneva in mano una nera borsa in pelle.
Tutti erano tristi e piangevano, tranne lui, che aveva sempre lo stesso viso imbronciato e serio.
A Tom metteva soggezione.
Guardò meglio e si accorse che Maggie non era li con loro, forse dormiva ancora.
Si avvicinò alla casa.
-Signora Firt, dové Maggie?- disse tirandole il vestito.
Lei si abbassò, asciugando le lacrime con il fazzoletto.
-Maggie è partita per un lungo viaggio, Tom… un lungo viaggio in cielo-.
La donna si rialzò e Tom girandosi, sorrise.
“Mi sta aspettando” pensò “è diventata una rondine”.
Prese la bicicletta e velocissimo raggiunse la gola.
Si guardò intorno, cercandola, poi la chiamò urlando ma nessuno rispondeva.
“Forse non mi sente perché è tanto in alto”.
Camminò fino al bordo della depressione e guardò prima in basso, poi in alto.
Maggie aveva mantenuto la promessa, ora doveva farlo lui…
Allargò le braccia e saltò nel vuoto, contento di rimanere per sempre con la sua amica del cuore.

Una storia stilisticamente perfetta e dalle parole pulite e delicate come i due protagonisti.
Da: Valentina Malnati su 19 febbraio 2010
alle 16:08